Nello stesso modo in cui l’immagine riflessa della luna sembra muoversi sulla superficie dell’acqua agitata, oppure resta ferma nell’acqua immutabile, così appare questo sé, il grande Signore, nell’insieme delle forme corporee, degli organismi, dei mondi.
Abhinavagupta, verso 7 Paramarthasara.
L’ego crede ciecamente a tutto ciò che pensa, questa sua ammirevole determinazione è la sua forza, ma la sua costante identificazione con la natura materiale dei fenomeni che abbagliano la sua vista è il motivo della sua nescienza.
Specchiare all’interno di una griglia, strutturata in trentasei principi dal tantrismo speculativo, le sfumate attività che l’ego mette in atto nel suo ostinato tentativo di contenere concettualmente tutta la manifestazione dell’esistenza, può apparire come un bizzarro tentativo di comprendere se stessi, tuttavia tale raffronto può essere un utile esercizio per rendere consce le attività che ogni giorno il nostro ego mette in atto a nostra completa insaputa.
L’ego è simile ad una grande ventaglio, dipinto e ricamato, aperto rivela le sue molteplici funzioni, chiuso vale poco meno di un gracile bastone, poco funzionale è utilizzarlo per sorreggersi. I suoi disegni rivelano le sue svariate attività, strumenti a nostra disposizione per far fronte alle difficoltà della vita, sia concettuali che pratiche. Egli dona alla personalità la facoltà di espandersi, quanto di contrarsi, può solidificarsi, grazie alla presunzione, o liquefarsi grazie all’umiltà. La sua stessa capacità di riconoscersi nella natura degli elementi facilita il suo operato. Il confronto ordinato con i vari tattva non implica tuttavia un effettiva successione logica delle funzioni dell’ego, valida sul piano ontologico, poiché ogni tattva esiste simultaneamente ad ogni altro, come una gerarchia di funzioni trasmutanti le une nelle altre.
Ancora una volta sapere e non sapere devono coesistere per permettere alla mente di distruggere il gioco illusorio degli opposti, ostacolo alla vera comprensione.
Comunque procediamo.
L’ego nella sua incallita fede in ciò che pensa viene tendenzialmente ispirato dalla natura materiale dei fenomeni che appaiono ai suoi occhi. Se possiede molti beni materiali dice: “io sono ricco”, se prova diletto nei sensi dice: “io sono contento”. L’ego si appropria dell’esperienza fatta dai suoi strumenti di azione arrogandola a sé ed intrappolandosi in un processo di differenziazione tra soggetto ed oggetto extracorporeo; tuttavia egli è ospite di un corpo fisico, obbligato pertanto a fare i conti con la vera natura del suo ospite, con la materia stessa che lo compone ed il corpo fisico al 65% circa è composto di acqua.
L’acqua è il trentacinquesimo tattva. E’ curioso osservare come l’acqua sia presente nel corpo fisico nella sua più alta concentrazione, 99%, nei fluidi corporei del liquido cefalorachidiano e del midollo osseo, altrettanto elevata, 85%, nel plasma sanguigno. La terra stessa, su cui poggiano i nostri piedi, è occupata per il 70,8% della sua superficie da acqua. Asserire che siamo acqua nell’acqua non è poi così errato.
L’acqua è mobile, fluida, in grado di sciogliere sostanze solide. Se l’ego è disposto a contemplare la fluidità nelle sue funzioni, renderà l’individuo maggiormente abile nel far fronte alla mutevolezza dell’esistenza, ma se continua ad illudersi che i suoi pensieri siano solidi, fissi, concetti irremovibili, si opporrà con stoica presunzione alla mutevolezza dei fenomeni.
Il gioco di riflessi della luna sulla superficie dell’acqua svela le movenze della nostra mente. Immobile, come nel samadhi, restituisce la forma, agitata la altera in mille modi.
Guarda, dunque, ove il tuo ego ti conduce tirandoti con un semplice filo di lana. Riconosci la fluidità della sua stessa natura quando scivola nella forma, affascinato, sedotto ed ipnotizzato da essa. Cavalca quella stessa fluidità incarnandola, oh preda, oh padrone della tua stessa natura.
Al prossimo tattva.
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