Sdraiati.
Lascia che il tuo corpo crolli sotto il peso di tutta la tua stanchezza,
quella di oggi e quella di tutta la tua vita…
Lascia che la tua mente crolli per il peso delle sue stesse idee,
come farebbe una costruzione di mattoni
poggiata su un’esile impalcatura.
La sua distruzione libera lo spazio…
Permetti ai tuoi sensi di manifestarsi alla tua coscienza
come ninfee che sbocciano sul lago della tua pelle…
Permetti al tuo naso di respirare quanto profondamente desidera…
alle tue orecchie di udire…
e che ogni tuo senso sia un nuovo occhio verso il mondo.
Ora la tua yoni, il tuo linga riconoscono il fremito
e insuflano linfa in ogni dove.
Di questa quiete vibrante godi.
tratto da Le 5 porte d’oro, Anna
Nessun celebre sutra per il 32° tattva, solamente una pratica, esposta nel mio nuovo testo, atta a far sperimentare lo spazio. Una dimensione di apertura che necessita di essere sentita più che compresa, ascoltata più che immaginata, capace di concedere un attimo di riposo all’ego, poiché in un sol brivido di dissoluzione, esso può cogliere la quintessenza del suo esistere.
E’ estremamente difficile rapportarsi all’assenza di tangibilità, la logica crolla, il timore della morte o della fine avanzano; morte, l’unica vera certezza della nostra vita forgia un terreno privo di confini in cui l’ego scivola verso la sua dissoluzione.
Di fronte a tutto ciò che teme l’ego tende a congelarsi come un pezzo di ghiaccio, di fronte all’illusorietà di ciò che pensa brama consolidarsi come fosse terra, divampa con la voracità di un fuoco per nutrirsi con la legna secca delle idee, infine sfugge come il vento per anticipare il futuro, nel vano tentativo di sedare il senso di annullamento che il senza forma fa incombere alla sua identità.
L’etere, il 32° tattva rivela all’ego la sua inconsistente consistenza.
Tuttora motivo di riflessione per i fisici, l’etere era considerato dai filosofi greci l’elemento invisibile che andava a sommarsi ai quattro visibili; quintessenza per gli alchimisti, lo palpiamo attraverso i sogni e ne fanno esperienza pratica quelle persone che a seguito di un’anestesia mantengono memoria di fatti che non avrebbero potuto conoscere. Gli antroposofi lo identificano con l’akasha, dimensione sottile che accoglie i dati definiti da Jung come archetipi dell’inconscio collettivo.
La difficoltà a definire l’etere è simile a quella che si avrebbe nel misurare il diametro di un atomo utilizzando un metro da sartoria.
La materia mantiene una natura misterica ed i misteri, più che compresi, vanno penetrati. Per questo motivo in apertura propongo una pratica distensiva, per rilassare non solo il corpo, ma contemporaneamente anche l’ego; cosicché Il tuo corpo diverrà trasparente, non più compatto, perforato dai neutrini che costantemente gli transitano attraverso. Respira la luce.
Al prossimo tattva.
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