10°; 9°; 8°; 7°; 6° tattva

Possa la profusione dell’attività dei miei sensi posarsi sui loro rispettivi oggetti. Possa io, Oh Signore, non essere mai così sconsiderato da perdere, anche solo per un istante, la gioia della mia unità con Te, per quanto esile possa essere.

Utpaladeva

Vaisnavi, che presiede al suono, Varahi, alla pelle, Indrani, alla vista, Chamunda, alla lingua e Mahalaksmi, agli odori, siedono sui petali del Loto del Cuore, insieme alle altre dee dei sensi. Il loro compito è muoversi senza sosta in ogni dove, a caccia delle più piacevoli sensazioni da porgere come offerta alla Coppia Divina, in unione amorosa, al centro del Loto del Cuore.

Visione decisamente romantica questa descrizione dei nostri sensi, che rappresentano i successivi cinque tattva. Sicuramente più stimolante, sul piano coscienziale, dell’individuazione dei mediatori chimici, che consentono alle sinapsi di inviare le sensazioni dalla periferia al sistema nervoso centrale. Ovviamente un biochimico non trarrebbe le sue indispensabili informazioni dall’immaginare delle dee che corrono qua e là nel corpo, le analisi del sangue si rivelerebbero maggiormente utili; ma per uno studioso della coscienza umana questa visione può essere di particolare ispirazione.

Nell’opera teatrale della manifestazione cosmica, messa in scena dal genio creativo di Shiva, il quale recita tutti i ruoli sul palcoscenico della mente, i sensi pagano il biglietto all’ego, per assistervi come spettatori. Tanto nel tantrismo, quanto nel taoismo, il corpo umano riassume l’universo, è il Tempio di Dio, il suo adoratore e Dio stesso. I sensi fisici acquisiscono funzione di mezzo di conoscenza ed al tempo stesso, di mezzo di liberazione dai vincoli egoici.

L’uomo è solito rapportarsi ai propri sensi fisici in qualità di strumenti di percezione. Noi diciamo: “Ho sentito un profumo delizioso, o una puzza insopportabile”, in funzione di ciò che sollecita il nostro olfatto; così come diciamo: “Ho gustato un frutto delizioso”, nel momento in cui la nostra bocca ha morso il frutto. Diversamente, in assenza di stimoli esterni particolarmente significativi, ci dimentichiamo che stiamo guardando, toccando, sentendo.

Lo yogin che ambisce al ricongiungimento con il tutto perlustra, attraverso le funzioni del proprio ego, ogni manifestazione della propria coscienza, per ricongiungerla al centro del cuore, da cui tutto ha origine ed a  cui tutto ritorna. Rasa è il nutrimento trasportato dalle dee, il succo che inebria la coscienza di gioiosa meraviglia.

La meraviglia è l’essenza della vita.

I sensi sono gli organi atti a gustare tale meraviglia, in prima istanza attraverso le sensazioni piacevoli, per lo yogin esperto anche tramite quelle brutte e dolorose. L’incapacità a meravigliarsi rende il corpo rigido e con esso l’ego, invaso dall’idea di conoscere già. Questo accade perché la tendenza meno consapevole di apprezzare i sensi solo in virtù dell’oggetto da essi bramato, con cui si identificano completamente, limita la percezione della poesia, che è il loro stesso modo di funzionare. Quando vediamo un bellissimo uomo, una bellissima donna, la delizia che i nostri sensi provano vuole essere mantenuta permanentemente, quasi il possesso fisico di quell’uomo o di quella donna ne concedesse l’infinita perpetuazione. Tutti noi sappiamo che toccare un oggetto caldo genera al tatto un’iniziale sensazione forte, ma far perdurare il contatto porta ad una sorta di abitudine, che a lungo andare annulla la forza scatenata dalla sensazione iniziale. I sensi si abituano, il gusto si abitua, l’udito si abitua, nelle grandi città dopo un po’ non ci si accorge nemmeno dell’inquinamento acustico; perciò: la magia dei sensi non dimora nel possesso dell’oggetto percepito, ma nell’atto di percepire, libero dai condizionamenti a cui i sensi soggiacciono. La possibilità di godere delle percezioni, mediate amabilmente dall’ego, fa da specchio alle facoltà divine del corpo, il quale, destato dal suo cadaverico sonno, riporta in vita, attraverso il pulsare della coscienza, il suo essere la divinità da sé venerata.

Utpaladeva invoca il dio che è la sua stessa coscienza, esortandolo a non fargli perdere, neanche per un solo istante, la gioia provata quando ogni senso tocca il rispettivo oggetto. Se riteniamo che l’oggetto sia il detentore della beatitudine, il succo, rasa, non nutre il nostro stesso cuore, che è il cuore di dio, ma viene riversato totalmente sull’oggetto che ha destato il senso, dando modo al nostro ego, che è il suo soggetto mediante della sensazione, di stringerci in suo potere, trattandoci come una bambola di pezza. Il nostro corpo è indubbiamente il grande giocattolo del nostro ego, attraverso di noi lui si diverte con ogni sorta di gioco: gioca a nascondino, a scatenare guerre intergalattiche, si diletta ad interloquire con sommi filosofi, come a soffrire, a desiderare; purtroppo quasi mai a riposare.

Allora prova a toccare, come non hai mai toccato prima, prova a gustare, odorate, guardare ogni colore e ogni forma come mai hai fatto; così a lungo andare sarà la stessa vita a rivelarti la sua bellezza, a spiegarti il suo funzionamento attraverso la sua stessa manifestazione, percepita dall’onnipotente ego che in essa si dissolve.

Ai prossimi tattva

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