13° tattva

I lo afferro con una lotta tremenda.

La sua enorme volontà e la sua possanza sono inestimabili.

Egli si avventa verso l’alto altipiano che sovrasta le fitte nebbie,

O in un burrone impenetrabile sta immoto.

commento: Egli è rimasto a lungo nella foresta, ma oggi l’ho catturato. L’entusiasmo per il paesaggio gli fa perdere l’orientamento. Voglioso d’erba più dolce, va errabondo. Ma la mente è testarda e sfrenata, se voglio che si sottometta, devo alzare la frusta.

tratto da: I DIECI TORI DI KAKUAN

L’espressione di uso frequente prendere il toro per le corna significa letteralmente affrontare risolutamente una situazione difficile.
Prendere è il 24° tattva, ancora un tattva di azione che sul piano fisico implica una funzione svolta dalle mani e per quanto sia possibile estendere questa stessa funzione ai piedi, al mento, alle ascelle e ad ogni parte del corpo che abbia una funzione prensile, il punto sul quale investigare, all’interno dell’analisi relativa ai 36 tattva, riguarda le potenzialità, le tendenze e le funzioni del nostro stesso io, espresse similarmente dalle funzioni fisiche.
Riflettendo sulla facoltà fisica della mani di prendere gli oggetti è d’obbligo un’osservazione sulle possibilità che attualmente le nostre mani hanno rispetto al passato. In un passato non molto lontano le mani potevano prendere un coniglio per le orecchie, prendere una falce e raccogliere del grano, prendere un cavallo, sellarlo e galoppare per raggiungere certe distanze; oggi le stesse mani possono prendere un pacchetto di polistirolo ricoperto di pellicola da un banco frigo contenente un coniglio già tagliato in piccoli pezzi, possono prendere un guanto di plastica e riempire un sacchetto con del pane o possono schiacciare dei tasti su un computer per prendere un biglietto del treno o d’aereo e raggiungere le stesse distanze. Le esperienze fisiche che le nostre mani fanno oggi rispetto al passato sono totalmente diverse ed anche se apparentemente la vita rimane identica e noi continuiamo a mangiare, parlare o dormire esattamente come facevamo in passato, ciò che le nostre mani effettivamente possono prendere e toccare oggi non sono le stesse cose che potevano toccare un tempo. Oggi le mani facilmente possono toccare un pulcino di peluche, soprattutto vicino alla pasqua, magari infiocchettato sopra un uovo di cioccolata, ma chi ha la fortuna di vedere un pulcino vero o di far provare alle proprie mani la sensazione calda, morbida, instabile e tremolante che si prova nel cercare di trattenere un pulcino vivo tra le proprie mani. Questa profonda, enorme, terribilmente significativa differenza fra l’esperienza lecita alle nostre mani in passato e quella lecita oggi, i diversi stimoli che i propriocettori sono in grado di inviare al nostro cervello dal contatto generato da un pulcino di peluche, piuttosto che da uno vero, limitano enormemente il grande potenziale del tattva che a sede nella funzione del prendere, detenuta prevalentemente dalle mani. La mente ne paga le conseguenza, non prova più quel brivido di dolce e timorosa emozione data dal pulcino vero, che è in grado di far sentire forte anche il piccolo bambino che lo tiene tra le mani, o di fargli vivere paure e coraggio al tempo stesso se per prendere il pulcino in braccio dovesse avvicinarsi alla gallina o ancor peggio passare vicino al gallo con il timore di una sua aggressione. Oggi lo stesso bambino può accarezzare pulcini, galline, galli cedroni ed anche tacchini e struzzi, tanto sono tutti di peluche e male non fanno se non per la polvere e le allergie, alle quali il mercato è preparatissimo a dar risposta. Di tutto questo la mente paga le spese, nel senso che viene privata dell’opportunità di elaborare stimoli molto complessi associati alla semplice facoltà di prendere e dal punto di vista dei pensieri la mente viene guidata ad agire in modo ristretto da questa limitazione. Il senso inibito del prendere gli fa credere che il coniglio sia quella cosa impacchettata che ha una certa composizione di proteine e grassi ma non può conoscere il potenziale di quell’animale, non sa come corre in un prato e quanto sia difficile prenderlo se scappa. L’azione di prendere concede la facoltà di tenere a sé qualcosa; così come la mano prende gli oggetti, così la mente prende e può trattenere i propri pensieri. Poco è conscia, per mancata esperienza, della capacità che detiene di prendere e lasciare andare, ovvero di credere a ciò che pensa o di ricordarsi che i suoi pensieri sono sine materia. Afferra e crede a pensieri di sconforto, depressione, panico, poiché non ne contempla il movimento, come non sa quanto buffa sia la corsa di un coniglio; è vittima di ciò che pensa perché su ciò che pensa non detiene alcun potere, non ha avuto modo di sperimentarlo. Si convince dell’estrema importanza di ciò che pensa, credendo che ogni pensiero pensato abbia la stessa consistenza di un oggetto fisico a cui appoggiarsi, al quale sostenersi. Si illude che un pulcino di peluche possa sostituire uno vero. Con questi limiti oggettivi, fisici e culturali, la mente è debole nella sua capacità di agire la determinazione, ma contemporaneamente forte nel suo potere di immaginazione, quindi complessivamente confusa.

La scelta che la mente fa quando prende una decisione è una possibilità che orienta il suo stesso operato, in psicologia si parla di dissonanza cognitiva post-decisionale per indicare la tendenza della mente a riconoscere positivamente una percorso scelto una volta intrapreso, perché la mente tende ad essere incapace di riconoscere ed ammettere i propri errori, o più specificatamente dimostra delle difficoltà nel riconoscere di aver preso una decisione sbagliata. Viviamo confusi per non avere la possibilità pratica di sperimentare fisicamente i vari aspetti della vita, ci è lecito farlo solo virtualmente, teoricamente, immaginativamente. Facilmente ci illudiamo che ogni cosa pensata sia vera, solo perché siamo noi stessi a pensarla e soprattutto non abbiamo consolidato l’esperienza del conoscere la nostra mente, dell’osservare come concatena i pensieri ed ancor più di come questi ultimi si impossessino della nostra volontà.

A tal proposito è lo zen a venirci in aiuto, quell’approccio essenziale alla vita che conosce la mente con le sue tendenze e le sue potenzialità. Kakuan, maestro zen che tra il 1100 e il 1200 riprese gli antichi dipinti taoisti sulla doma del bue, giunge fino a noi con il suo insegnamento, per regalarci una sorta di viaggio ordinato per il risveglio della consapevolezza di ciò che siamo, per domare gli impulsi istintivi dalla mente e ricongiungerci al nostro vero Sé. Attraverso 10 dipinti nei quali un pastore va alla ricerca del suo toro, di cui aveva perso le tracce, si snoda simbolicamente la ricerca del proprio Sé, della propria vera natura, infrangendo la separazione fra sé e ciò che di sé si pensa. Il pastore percorre passaggi obbligati per trovare il toro, che in fondo è la nostra stessa mente, domarlo riportarlo a casa e ricongiungersi con esso al fine di divenire uomo e non più pastore, con la facoltà di ritornare al mondo come essere integro. Il disegno numero 4, che appare all’inizio di questo scritto, rappresenta una precisa fase relativa alla doma del bue. Da un punto di vista psicologico potremmo descrivere questa fase come l’acerrima lotta che si innesca nella mente umana ogniqualvolta si desidera volgere l’intensità del potenziale psichico in funzione di una finalità precisa. Fintantoché la mente può girovagare nel mondo delle idee a suo piacimento, nulla appare difficile, ma se desideriamo far convergere il nostro potenziale psichico verso una meta prefissata, se vogliamo per così dire prendere il toro per le corna e agire un scelta importante per la nostra vita e per la nostra realizzazione, a qual punto la mente si ribella, perché essa predilige di gran lunga crogiolarsi nella sua fantasiosa pigrizia, e non intende rinunciare al proprio essere selvaggio. Con la forza di un bue cercherà di dibattersi per ribellarsi dalla corda del pastore, con la testardaggine di un toro adotterà mille valide ragioni per non rimettersi alla guida della volontà del pastore. Una lotta senza esclusione di colpi, che potrà durare anche anni, non giorni, concedendo tuttavia ad ogni pastore, ad ognuno di noi, la possibilità di prendere il proprio ego per le corna, dando voce, in forma egosintonica, alle pulsioni inconsce, per vivere finalmente un senso di integrità con se stessi. Il percorso per ricongiungersi al proprio Sé, passa secondo lo zen da una fase precisa: domare il proprio toro, fase questa che richiede presenza nello stato meditativo, non identificazione con i propri pensieri, ma costanza nella volontà di prendere la propria mente con risolutezza, determinazione, senza mai mollare finché non sarà domata, finché non sarà in grado di essere al nostro servizio e non noi al suo.

Al prossimo tattva.

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