15° tattva

Quando la parola giusta, vera, scuote una costruzione mentale paralizzante, s’insinua un’apertura, un nuovo spazio dove colui che soffre può finalmente respirare e trovare il mondo.

tratto da TANTRA l’iniziazione di un occidentale all’amore assoluto. Daniel Odier.

 

La parola è il 22° tattva, l’ultimo fra i tattva d’azione.

La parola, un nome-suono che designa l’ente-forma, è un particolare stato vibratorio dell’essere ed in tal senso della pura Coscienza; permette di esprimere la manifestazione in virtù della relazione sonora che collega l’oggetto al soggetto, una relazione che in quanto unità sostiene la stessa dualità manifestante.

Daniel Odier, maestro tantrico contemporaneo, nel suo testo TANTRA, sostiene che la Coscienza dei 36 tattva sia l’apprendimento del rapporto completo dei nostri legami con l’universo e che sia proprio la nostra difficoltà a comunicare con i tattva ciò che determina il senso di solitudine individuale.

Le parole dei maestri, passati presenti, futuri posseggono una caratteristica comune: del loro passaggio non lasciano traccia. Ogni maestro, a suo modo, in relazione alla propria cultura di appartenenza, svela e rivela conoscenze e saggezze immutate nel tempo rendendole fresche, sempre nuove, vitali, ma non per questo solca la mente del proprio allevo con stereotipi concettuali che creano in lui l’illusione di sapere, tutt’altro, poiché la funzione di tali conoscenze, la funzione degli insegnamenti di cui sono testimoni viventi è quella di vuotare la mente dell’ascoltatore da concetti ingombranti, è quella di creare un respiro, uno spazio libero che scuote ogni costruzione mentale paralizzante, tramite un sincerità priva di aggressività, in grado di accarezzare il cuore dell’ascoltatore senza offenderlo. Per poter proferire questo tipo di parola non basta possedere delle conoscenze, è indispensabile aver conseguito un accordo tra voce, significato delle parole emesse e corpo che le esprime.

La parola è un efflato che sospinge la volontà del pensante verso il mondo esterno tramite una sonorità modulata dalle corde vocali che, come per le corde di una chitarra, emettono un suono grazie alla loro cassa di  risonanza; la cassa di risonanza delle corde vocali è l’intero corpo, comprensivo dei muscoli della fronte, delle guance, quanto delle mani, dei piedi e di tutto ciò che gestisce il complesso e delicato movimento della respirazione.

Il corpo di un maestro, sia esso anziano, giovane, malato o sano detiene una fluidità nella muscolatura che testimonia la sua totale accettazione dell’esistenza per come essa è, questo rende la sua voce una testimonianza sincera di una conoscenza di pari potenza ad un diapason, in grado di accordare la mente, il corpo e i sentimenti dell’ascoltatore.

Ma, quando un corpo è contratto, nevrotico, irrigidito da un bisogno egoico di imporre il proprio pensiero o la propria volontà sugli altri, la parola emessa acquisisce una sonorità acuta quanto una tagliente lama e l’ascoltatore si sente molestato, violentato. Quando il suono emesso è mellifluo, smaccatamente sdolcinato, l’ascoltatore sa che il proprio interlocutore ha una secondo fine nel proprio dire: tenta di propinare i propri credo e la propria volontà manipolando o tentando di corrompere l’ascoltatore, ma nel profondo del cuore di quest’ultimo tale falsità viene smascherata.

I bambini, puri e diretti sono uno splendido banco di prova per la voce di un genitore che spesso, per quanto emessa con la volontà di impartire utili insegnamenti, non possiede autorevolezza se manca di coerenza tra voce-pensiero-sentimento.

L’uomo concede al proprio dire una valenza semantica estremamente significativa il cui fine, spesso è maggiormente volto ad affermare il proprio ego a scapito di quello altrui. Non erra B. L. Whorf nel sostenere come i diversi linguaggi modellino, ognuno a proprio modo, l’universo cognitivo del parlante causandone altrettante diverse cognizioni del mondo, ma l’opportuna osservazione di questo linguista non è sufficiente a giustificare l’aggressività prodotta dai diversi punti di vista, né le guerre per ragioni politiche o religiose o l’intolleranza dei genitori nei confronti dei figli che osservano il mondo con occhi diversi. In ognuno di questi casi il contatto Coscienziale con il tattva della parola è stato tacitato da un ego prepotente.

Perciò, quando apri la bocca ed emetti il suono sappi, non può che essere Uno.

Ascolta il tuo strumento, accordalo con il tuo corpo poiché le parole possono incarnare verità quanto falsità.

Sii coraggioso ed ascolta ciò che dici, come lo dici, quanto sono contratti o liberi i tuoi muscoli quando lo dici, poiché la forza del suono che la tua bocca emette è la stessa degli uccelli che cinguettano.

Allora cosa stai dicendo nella tua vita? Quali frasi del tuo torbido eloquiare rivelano il tuo suono?

TU SEI IL SUONO.

 

al prossimo tattva

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