O Dea, divorando il corpo dell’amata, di un parente, un amico intimo, un benefattore o una persona cara, si deve volare in alto insieme alla Vergine del Cielo, la Potenza della Coscienza.
antico Tantra
Le vibrazioni della Gloria della Conoscenza descritte dalla dottrina Spanda, nonché dallo Shivaismo del Kashmir alle sue origini, adottano un concetto di coscienza assoluta che non si identifica in un atman impersonale, né in una sorta di Super-Ego, ma nel nostro proprio essere, ove noi come jiva, anima vivente, non siamo altro che lo stesso Shiva. Il nostro Sé, che è proprio nostro, personale, è la nostra soggettività cosciente e non va confuso con l’Io, il soggetto individuale, che nel suo percepire si contrappone all’oggetto percepito, perché l’Io, che utilizza espressioni come: “io sono bello, io sono triste…”, è relegato all’universo della dualità.
Tale dottrina si occupa del moto della consapevolezza riflessiva della coscienza, che illumina le sue stesse manifestazioni attraverso la luce, prakasa, prodotta dalla sua stessa attività vibratoria.
La Coscienza Universale si esprime a livello individuale attraverso la potenza dei sensi, che sono il Corpo della Coscienza.
Quando apriamo gli occhi illuminiamo l’universo circostante, quando li chiudiamo lo riassorbiamo in noi, come il dio Shiva, inventore dello yoga, che crea e distrugge il mondo dalle sue percezioni oggettivate.
Contemplando l’attività della Ruota dei Sensi, il nostro Sé illumina il Corpo della Conoscenza e noi, in qualità di jiva, sentiamo, odoriamo, gustiamo, l’universo che ci circonda. Nella dottrina Spanda i sensi vengono raffigurati da due cerchi concentrici, quello interno è presieduto da funzioni intellettive, quello esterno consiste in dieci sensi: cinque di conoscenza e cinque di azione. E’ il processo vibratorio della loro attività il punto focale di interesse per la dottrina. Lo yogin che pratica la via Spanda, desideroso di esperire l’unità fra se stesso, in qualità di Shiva, coscienza universale, ed il mondo degli oggetti che lo circondano, presta continuamente attenzione alla vibrazione della sua coscienza; una volta realizzato uno stato di consapevolezza vigile egli si colloca tra i Ben Svegli.
Va tenuto sempre presente che i sensi mancano di una reale esistenza se deprivati dagli oggetti ai quali sono correlati. Che profumo di rose potrebbe percepire il mio naso se il fiore non esistesse?
E’ compito dell’ego generare sensazioni pure di sapore, odore, calore, colore, suono, tramite il movimento del corpo che va a percepire. La vibrazione di tale moto rivela la natura del Sè.
Olfatto, Gusto, Vista, Tatto e Udito sono canali in cui la coscienza vibra sia quando riconosce il piacere dato dagli oggetti di senso, sia quando riassorbe la sensazione che da loro ritorna per acquietarsi al centro del Cuore. (l’espressione piacere sottintende sensazioni di piacere, parimenti dispiacere e indifferenza).
Lo stato di yoga, unità con se stessi, viene avvinto nell’istante in cui si dissolve il confine tra la sensazione provata e la consapevolezza apprezzativa. Lì lo spanda appare pervadendo sia i sensi, sia l’oggetto percepito. L’ambrosia percepita dal Corpo della Coscienza, nell’attimo in cui possiede l’oggetto, fa perdere all’ego, per un istante, la sua individualità, inebriata dal piacere.
Ogni volta in cui il piacere mondano, materiale, ed il piacere spirituale, la beatitudine, si incontrano, lì la coscienza si libera dalle anguste restrizioni della soggettività individuata ed espandendosi gode della propria pulsazione, lo Spanda.
Affinché tutto ciò possa essere realizzato non sono sufficienti le teorie psicologiche e nemmeno l’autorevole antico sapere, è indispensabile la pratica.
La pratica non è necessariamente una rigida disciplina autoimposta, né l’illusione fatalista che qualcosa un giorno accadrà, la pratica è la presenza costante, è un’attenzione in grado di assorbire tutti i processi sensoriali, la pratica è passione per la via.
Ecco un pratica dunque per completare l’assorbimento di questi primi 20 tattva trattati.
Controlla il movimento della tua attenzione nel momento in cui lascia l’oggetto percepito, in quell’attimo non concedere al tuo ego di spostarsi verso alcun altro oggetto, così che la contemplazione possa fiorire attraverso lo stato che sta nel mezzo (fra le due esperienze).
Al prossimo tattva.
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