“Io sono ricco”, “io sono magro”, “io provo diletto nei sensi”, “io sono contento”, “io respiro”, (e nel sonno profondo) “io sono vuoto”; l’egoità è osservabile in questi sei livelli.
tratto da Yogatantragranthamala
L’organo mentale interno, di cui Ahamkara è il 15° tattva, assolve la funzione di creare un consenso interno all’individuo, attraverso l’arrogazione a sé di ogni esperienza con cui l’io stesso si va ad identificare.
La coscienza dell’io, secondo la teoria dei tattva, è di due tipi, uno riguarda il puro Ego, che è lo stesso Shiva, il Sé, la cui natura è l’essenza della luce della coscienza, fondata sulla libertà e sulla perfetta autonomia. L’altro livello di egoità è un prodotto di Maya, che esiste in virtù della sua identificazione con le forme oggettive esteriori. Tale identificazione relativa, addotta dall’immaginazione, limita l’organismo psicofisico ed al contempo ne determina la capacità di conoscere se stessi come individui, proprio in virtù dalla personalizzazione di ogni esperienza.
Espressioni come: “io sono ricco”, “io sono magro” e così via, prescrivono la pregnante convinzione di un “io sono”, che prende corpo sia dalla percezione degli oggetti, sia dalla contemplazione degli stessi. Tale egioca e limitante concezione svolge una funzione empirica assolutamente degna di rispetto, volta a consentire di sperimentare la realtà ed a trarre i frutti di tale sperimentazione, pur accasandoli nell’illusione di un “mio” che costituisce la nostra presunta identità, ammaliata dalla convinzione di essere il centro dell’universo.
Pasu, l’anima individuata, si mantiene prigioniera tramite l’erronea nozione che la vera luce della coscienza, riflettendosi in ogni funzione dell’intelletto, sia la vera luce, nonché la vera natura del Sé. Tale errore di identificazione confonde la coscienza universale con quella individuale, che rimane alle dipendenze dalle sue stesse funzioni.
Ahamkara risulta essere la funzione maggiormente condizionante per l’ego.
Reinterpretando il fattore di qualificazione, che ahamkara concede, alla luce della dottrina spanda, si può svelare come esso presuma, falsamente, di sollecitare i sensi all’azione. E’ l’ego individuale, in qualità di autoconsapevolezza ininterrotta, la fonte di tutti gli altri sensi per questa cosmogonca teoria, ove la supremazia dell’ego universale viene evinta tramite il suo riflettersi nell’attività sensoriale e mentale, nell’ambito di tutta la manifestazione.
Definito il Sole della Coscienza, questa ininterrotta consapevolezza funge da fulcro per altri dodici soli che le ruotano attorno, in una cosmografia similare a quella del sole con le sue costellazioni dello zodiaco astronomico.
L’affinità o meno di antiche teorie e visioni del mondo con la realtà oggi percepita, non devono fuorviare nella valutazione dell’importanza dei significati profondi che ancor oggi sono in grado di insegnare e testimoniare. Approcciarle in maniera superficiale, dando per scontato che il loro essere vetuste sia sinonimo di superate, non rende merito all’immortalità degli insegnamenti che ancor oggi le rendono vive.
Ahamkara, quella visione offuscante che arroga a sé l’esperienza attraverso un’identificazione con i propri strumenti di conoscenza e azione, sortisce la medesima illusione visiva di un miraggio. Finché l’uomo permane nella prigionia delle sue stesse operazioni psichiche, convinto dell’esistenza di una luminosità intrinseca in tutto ciò che viene registrato dai suoi sensi, ottenebra la vera luce del Sé, fonte di prakasha.
Se ammiro o acquisto una Ferrari, famoso status simbol, da quale istanza sgorga la mia felicità?
sempre nell’intento di destare un dialogo fra le conoscenze antiche ed il sapere moderno, al prossimo tattva.
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