26° tattva

Questo corpo è prodotto da cibo e costituisce la guaina del cibo e muore se ne è privo. E’ un miscuglio di pelle, carne, sangue, ossa e altre relatività; così esso non potrà mai essere l’eternamente puro Atman che non deve la sua esistenza a nessuno fuorché a se stesso. Vivekacudamani, sloca 154.

Le molteplici attività svolte dai tattva fino a qui esaminati (tattva impuri) soggiace alle funzioni dei prossimi sei tattva, considerati semi-puri. Essi si strutturano in una sequenza di guaine che avvolgono, le une dopo le altre, gli ultimi cinque tattva puri e, velando la visione di questi ultimi, condizionano la capacità di vedere il Sé, che è coscienza vibrante in ogni tattva.

La Verità viene velata da condizioni potenziali che riguardano il tempo, lo spazio, la casualità, la particolarità e le limitazioni derivanti da privazioni esistenziali. Tali funzioni rappresentano lo svolgimento della grande potenza di Maya, che rivela, svelando e ri-velando, la scissione della coscienza, che si va ad individuare con l’oggetto del suo apparire. In virtù dell’influenza di queste guaine, dette kancuka, la realtà viene misurata e definita in forme distinte da ciò che viene inteso come spiritualmente omogeneo. La percezione che l’io acquisisce è conseguente al sorgere dell’esperienza dell’”Altro” a sé. Solamente l’accesso alla stanza interna dei tattva puri consente la liberazione finale e per fare ciò è indispensabile che le guaine, che fungono da corazze, vengano squarciate come il tronco di un albero colpito da un fulmine, ed il fulmine non è altro che l’eterno Sé.

I tattva devono essere toccati dalla coscienza, come la mano della madre tocca il neonato, assaggiati dai sensi, che in un istante gustano e odorano, poiché sulla luce della coscienza nulla si fissa, nessun credo, nessun preconcetto hanno dove posarsi. Gli svariati concetti di purezza, spiritualità, perfezione, non attecchiscono nella terra del tantra, dove il caos della manifestazione svela un’irreprensibile ordine matematico.

Niyati è il primo kancuka, la prima guaina che confonde e condiziona la percezione della realtà. Il corpo è fatto di ossa, carne e necessita di cibo per la sua sopravvivenza, tale necessità è inderogabile ed il termine necessità è propriamente il significato di niyati. Che tipo di illusione potrà generare la necessità?

La necessità è una pulsione che permette al soggetto, che ha di fronte a sé svariate cose, di sceglierne una a discapito delle altre; si tratta di un processo dinamico, di una spinta energetica in grado di orientare un organismo verso una tal meta, il cui raggiungimento è in grado di soddisfare la tensione eccitatativa interna all’organismo. La pulsione fisica scaturisce da una fonte energetica che ha sede nel corpo ed è rappresentata da stimoli psichici che anelano ad un immediato soddisfacimento. La volontà dell’individuo si concentra in un sol punto, quello che suscita interesse, restringendo l’ampiezza dello spazio di azione, che si vincola al fine prescelto. In una persona in preda allo shopping compulsivo, ad esempio, le percezioni convergono spazialmente verso oggetti precisi da possedere, come vestiti o gadget vari, nell’illusione che solo il possesso di quei determinati oggetti, presenti in un punto preciso dello spazio, sia in grado di placare la pulsione interna. La totale incoscienza di come le percezioni subiscano un restringimento spaziale di fronte a tale pulsione, e di quanto questo restringimento escluda e neghi la possibilità di percepire anche le piccole cose che lo spirito ama, come la gioia generata dal sorriso di un bimbo,  o il profumo di un fiore, la bellezza di un tramonto, confonde il campo della vera necessità.

Comprendere niyati, osservando le necessità corporali, è semplice, il corpo ha bisogno di nutrirsi, muoversi, dormire e respirare, soprattutto di quest’ultimo elemento non può fare a meno, se non per pochissimi minuti; senza lo spazio in cui i polmoni possono espandersi per respirare non si farebbe nemmeno in tempo a terminare di leggere questo articolo. Il concetto di necessità si fa maggiormente complesso allorché si prendono in esame le necessità esistenziali. La filosofia ha dato luogo ad approfondite riflessioni sul concetto di necessità, formando correnti di pensiero che vanno sotto il nome di necessarismo. Parmenide, nel suo poema sulla natura, indicava la necessità in qualità di principio metafisico secondo il quale la materia, comprendendo anche quella di natura biologica, sia ordinata da un nesso di causa/effetto, una sorta di casualità lineare negante il caos, tele concezione necessaristica gettò le basi per il determinismo. Spinoza sottolineava come i beni comuni, per quanto vari, non appaghino l’animo nei bisogni più profondi, ed essendo esteriori soggiacciano ad inconvenienti, rischiando di generare inquietudine. Essi ingannano e soggiogano la mente umana che ostruita non è più in grado di ricercare i valori superiori. Non si tratta di demonizzare i valori comuni o la loro utilità, ma di non confonderli con quelli superiori, in grado di colmare la felicità umana.

Comprendere appieno il concetto di necessità richiede, come sempre nel tantrismo, una diretta connessione con la realtà. Il corpo umano manifesta, all’atto della nascita, la sua più grande ed indispensabile necessità: aprire i propri polmoni allo spazio circostante per assorbire ossigeno, aria, prana, tale primo gesto dichiara che il neonato è vivo. La pulsione a spalancare i polmoni allo spazio, all’aria, equivale per il neonato, abituato al liquido amniotico, a lasciare il certo per l’incerto, ad aprirsi ad uno spazio più ampio che ancora non conosce, molto diverso da quello all’interno dell’utero, quella è la sua prima necessità. Ma l’aria dov’è? non è forse pressoché presente ovunque?

La prima necessità del corpo è dunque la compartecipazione a qualcosa che è ovunque presente, non soggetto a confini spaziali. Parimenti l’animo umano necessita di incontrare la propria essenza, di aprirsi alla magnificenza della propria natura, di dare fiato al proprio spirito; ma che collocazione hanno lo spirito, la propria natura, la propria anima? non sono forse presenti ovunque? possiedono confini, fossero anche, questi ultimi, i più sublimi pensieri? Non vi è spazio misurabile dove collocare la propria anima, né all’interno dei feudi di una fede religiosa, né in un ideale politico, né all’interno dei chakra, pertanto per concedere all’anima di respirare, quanto per il corpo, dobbiamo offrirle spazio, liberarandola dai riduttivi concetti di dove, qui, o là; per lei non valgono le regole del traffico a cui ogni automobilista deve sottostare, non esiste uno spazio in cui l’anima non possa fare sosta se non pagando il ticket del parcheggio, né esiste un dove essa non possa transitare, poiché a lei non è dato alcun divieto di accesso. La presunta piccola paura del neonato nel respirare per la prima volta, è l’enorme paura dell’adulto nel prendere coscienza che il suo vero Sé non è soggetto a restrizioni, è sempre esistito, libero da ogni forma di preconcetto. Ma la corazza, la guaina di niyati, senza sosta svolge il suo compito, dando l’illusione che la natura dell’essere sia limitata. Una volta svanita la maestosità dello spazio che ci circonda e compenetra, dell’aria che ci circonda e compenetra, una semplice rata non pagata del mutuo, può toglierci il fiato.

Niyati rende evidente la limitazione dell’autonomia dell’essere, determinata dal suo sistema di relazioni, non solo dettate dalle necessità materiali di cibo, ma anche di relazioni interpersonali o di quelle che prendono corpo nel rapporto con se stessi attraverso i concetti che, senza pagare affitto, albergano nella mente. Tali aspetti devono essere indagati in maniera approfondita, perché il senso di isolamento che l’ego genera collocandosi in un “lì” distante da un “là”, affermando la propria presenza in un “qui” e negandola in ogni altro luogo, fa perdere il contatto con la natura spaziale dell’ essere, presente ovunque come l’aria che respiriamo.

La vera necessità dell’uomo è la sua apertura verso lo spazio, in grado di squarciare gli illusori confini dell’ego, come il fulmine squarcia l’albero. Che l’essere umano sia spazio e non solo materia, lo insegna la fisica, che senso avrebbe dunque scordare quanto il nostro ego ami giocare ad identificarsi con il piccolo elettrone che vibra nel grande spazio dell’atomo, impazzendo nella vana speranza di raggiungere qualche luogo? forse sarebbe più saggio godersi il ritmo della sua danza, che detiene il potere di dare corpo alla volontà. Sri Tripurà Rahasya insegna che solo i deboli di mente non possono sfuggire al proprio destino, mentre gli yogi che praticano il controllo del respiro, lo conquistano, poiché il destino afferra ed abbatte solo gli ignoranti. Il destino, ancora aggiunge, si conforma a niyati e viene generato dalle proprie azioni. Consiglia di prendere rifugio nel Sè, libero dai confini dello spazio, così che spontaneamente si possa raggiungere la vetta più alta, la beatitudine.

Prendere rifugio nel respiro, superare l’idea di essere sottomessi, nella nostra natura profonda, ai concetti relativi di spazio, tanto apprezzati dal nostro ego per il suo personale diletto, permette di distinguere le varie necessità e non confonde più l’esigenza di provare amore con la smania di sedurre, né la necessità di cibo con l’alimentarsi in modo compulsivo, ed ancora la nevrotica tendenza a voler avere sempre ragione lascia il posto al diritto di ognuno di detenere le medesime ragioni. La pulsione di niyati ha il potere di chiudere, illudere e collocare nello spazio, a suo piacimento, anche ciò che non soggiace alle sue forze, perché questa è la forza della sua illusione. Una volta squarciata la sua guaina, ella rivela quanto la natura del Sé sia puro spazio.

al prossimo tattva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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