27° tattva

Kàla, principio di successione temporale, dal quale deriva la sottomissione all’idea dell’irreversibilità del divenire e della successione ineluttabile degli eventi. E’ la proiezione della successione spazio-temporale nell’ambito dell’Eterno Presente dell’Essere che, così, sfugge totalmente all’esperienza frammentaria dell’essere.                                     Introduzione agli Shiva Sutra.

 

 

A volte indicato come primo kancuka -in questo ed in altri casi come secondo- intriso di illusione appare kàla, il tempo, percepito come forza illusoria in grado di concedere un senso di continuità alle distinte esperienze le quali, diversamente, apparirebbero come singole porzioni di eventi separati l’uno dall’altro. La guaina di kàla genera un illusorio senso di passato, un illusorio senso di futuro ed un illusorio senso di presente; consequenzialità logiche per manas e ahamkara, ma non altrettanto veritiere per il Sé.

Il concetto di tempo, ampiamente studiato dalla fisica e non meno dalla filosofia, ben si addice ad una concezione che vede interagire una dimensione costantemente presente -definita da un piano su cui giacciono le coordinate spazio-temporali – ed una soggettiva percezione dello scorrere degli accadimenti, determinata da una forza entropica visibile nella modificazione dei fatti; fatti che risultano tracce lasciate da un gesso bianco su una lavagna nera.

“Ci vediamo alle sette, questa sera, al bar del centro”. Questa frase, che consente a due persone di incontrarsi in un tal punto ad una tale ora, possiede due coordinate: una spaziale e una temporale. Se non avessimo entrambe le coordinate, non sarebbe possibile fare accadere l’incontro. Certo se non vedessimo l’ora di incontrare la persona che ci ha dato l’appuntamento, ogni secondo di attesa parrebbe eterno; se diversamente l’incontro non ci fosse gradito, il tempo dell’incombenza scorrerebbe senza tregua.

Il tempo è, allora, quello indicato dall’orologio di Zurigo, quello scandito dalle stagioni, quello definito da ogni ciclo respiratorio, quello che ci sembra gradevole o quello che appare spiacevole? oppure tutte queste non sono che modalità soggettive, dove la percezione di un eterno presente viene oscurata dalla forza di azione di questa guaina? una forza che ha il potere di alterare la stessa visione della vita. Questa è l’illusione che kàla genera, questo il concetto relativo di tempo che crea.

Ammaliati dall’illusione che il tempo sia ciò che immaginiamo, asseriamo di: non aver più tempo o, in alternativa, aver perso tempo, asservendo le nostre azioni ad una concezione creata dalle funzioni della nostra mente, ma il nostro Sé non è rappresentabile totalmente solo da funzioni parziali della mente, così come una sola mano non può rappresentare l’intero corpo. Quella stessa mano, tuttavia, compirà delle azioni ad una certa velocità e tale velocità potrebbe essere scandita dall’idea di avere poco tempo a disposizione o di averne tantissimo -come quando si deve affrontare un compito ingrato e si continua a procrastinare- ma nell’eterno presente, mare in cui nuota il Sé, quella stessa mano potrà compiere un’identica azione attraverso un movimento armonico, puntuale, sereno, se pervasa dalla coscienza del Sé. A tutti capita di trovarsi inaspettatamente nel momento giusto, con la persona giusta o nella situazione desiderata, come se qualcosa ci avessi condotti lì a nostra insaputa; è stata la nostra presenza alla vita, senza filtri, senza preconcetti, senza frasi del tipo: “aspetta, non mi sento pronto”, il Sé è nato pronto, per usare un’ironica espressione tipica dei film.

Il Sé, per quanto sia concepibile come istanza psichica -poiché la mente contempla le cose in virtù delle sue funzioni- è eternamente presente nel nostro essere, ed il suo concetto di tempo non può aderire a quello scandito dalle lancette dell’orologio. Le situazioni cambiano, la pelle invecchia, i capelli diventano bianchi, ma non è corretto asserire che ciò dipenda esclusivamente dal tempo che scorre, quanto piuttosto da quella forza che è insita nella materia, capace di trasformarla costantemente; senza tregua.

Il ritmo vitale che trasforma il corpo, le emozioni, quanto i pensieri, non subisce arresti ed il suo eterno manifestarsi trova identità in un Sé sempre presente. Una volta venuti al mondo possiamo modificare il carattere, imparare un’altra lingua, stravolgere tutte le abitudini, cambiare sesso, ma la nostra identità più profonda rimane intonsa, immacolata, costante quanto l’eterno presente. Agire nel quotidiano con la totale presenza a ciò che è, a ciò che si manifesta nel qui e ora, annulla la nostra schiavitù dalla guaina di kàla, distruggendo l’attaccamento alle varie forme. Se ci dovessimo svegliare nel cuore della notte, la forma che questo evento probabilmente assumerebbe, sarebbe quella definita dal pensiero di soffrire di insonnia, forma che soggiace alla coordinata spaziale (sono sdraiata a letto, sveglia) e alla coordinata temporale (sono le tre del mattino). Eliminando i preconcetti dettati dall’orologio, ci alzeremmo semplicemente dal letto ed andremmo a fare qualcosa: forse dipingere, forse scrivere, forse cucinare, forse pulire o passeggiare, senza preoccuparci che sia troppo presto o troppo tardi.

Non si creda che un agire nel presente, senza preconcetti sul tempo, sia realizzabile solo ad chi non ha impegni e può permettersi di oziare filosofeggiando sull’idea di tempo. Prendiamo ad esempio i ritmi di un operaio che lavora con turni diversi in una tal fabbrica, certamente egli non potrà addormentarsi sul tavolo da lavoro ogni volta che sente stanchezza, ma terminati gli impegni che lo occupano formalmente, nessuno lo obbliga a non vivere nel presente, se non i suoi stessi attaccamenti alla forma. Allenarsi alla presenza simultanea di mente, corpo ed emozioni, anche solo per pochi attimi al giorno, apre enormi possibilità e sicuramente, per iniziare, sarà più facile farlo nel tempo libero; poi con la pratica, quella stessa persona imparerà a mantenere la presenza anche nel tempo di lavoro. Smascherata l’illusorietà generata dalla guaina del tempo, la coscienza desta allargherà a macchia d’olio la presenza dell’individuo ad ogni sua attività, generando quella piacevole sensazione, ben rappresentata dall’espressione: “Il tempo mi è volato”.

Il processo di contrazione che ogni essere mette in atto per opporsi alla vita viene espletato da meccanismi automatici, che la mente attiva nella presunta difesa di se stessi, ma è l’apertura che genera la libertà ed il diritto di esistere. L’osservazione delle varie guaine pone in rilievo le forze che modellano i pensieri in modo meccanico e costante, forze paragonabili alla stessa forza di gravità, ad esse l’osservatore può rivolgersi per svelare il tipo di illusione che utilizzano e fare della porta della loro prigione, la porta di uscita verso la libertà, rammentando che per il Sé, non è mai esistita alcuna prigione.

al prossimo tattva

 

 

 

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