“Il cervo muschiato emette una meravigliosa fragranza dal suo ombelico, ma lui pensa che il profumo venga da qualche altra parte, fuori. Così, corre in una direzione, alla ricerca della sorgente dell’odore. Poi s’accorge che la fragranza viene da qualche altra parte e corre nella direzione opposta. In questo modo cerca qui e là senza sapere che il profumo viene dal suo stesso corpo. Più corre e salta, più percepisce la fragranza. Pensa: “Se corro svelto, la sento di più”. In questo modo vaga costantemente nella foresta, finché non collassa e la sua testa ricade sull’ombelico. Allora, per la prima volta, si accorge che la fragranza scaturisce da dentro di lui. Questa è la nostra condizione. Il piacere che noi pensiamo di ricavare dai sensi viene in realtà da dentro di noi. Continuiamo a saltare e a correre, cercando di trovarlo all’esterno. Ma, se ci fermassimo e ci volgessimo all’interno, sperimenteremmo la vera beatitudine. Swami Muktananda
Raga, il terzo kancuka, è l’attaccamento, la passione, l’avidità; è quella forza di attrazione che fa gravitare la coscienza egoica verso gli oggetti, le persone, quanto verso gli stati di coscienza.
Quando una situazione ci rattrista percepiamo con chiarezza una forza di attrazione verso la disperazione, parimenti uno stato di innamoramento evidenzia quella struggente passione che non ci fa vivere senza l’altro. Il sistema di relazione con l’oggetto percepito limita l’autonomia dell’ego. Tutto ciò che esiste ha una sua funzione e le forze illusorie esercitate dalle varie guaine rivelano la relazione tra noi e la realtà esterna. La forza dell’attaccamento è molto potente e ovunque presente, inutile credere di domarla, di negarla o di contenerla, è la stessa fragranza del profumo del cervo, solo il riconoscimento della sua fonte permette di trascenderla. Quando la mente di un ricercatore spirituale non rincorre più il piacere dei sensi, bensì quello del Sé il limite esercitato dalla forza di raga viene trasceso ed egli, come il cervo muschiato, comprende che ogni fragranza prende corpo a partire dal Sé, raggiungendo così la completezza. L’attaccamento è un amante appassionato per il quale l’intelletto ha preso una colossale sbandata; entrambi ubriachi d’amore, di ogni luogo fanno il loro talamo. L’illusione che fa da collante ai due amanti è quella di pensare di non poter sopravvivere senza l’altro. Parimenti il ricercatore si illude che senza l’altro (e per altro si può intendere: la verità, la benevolenza di un maestro, l’acquisizione di uno specifico sapere), non sia possibile raggiungere la meta, il Sé, la serenità la felicità. Illuso come il cervo, il ricercatore si dirige ovunque, frequenta i migliori guru, medita le scritture più sacre, ma nulla vale quanto la comprensione della perfezione della sua natura così come è, scrigno di ogni verità, crogiolo di ogni piacere, forziere della vera soddisfazione.
La grande illusione che ci fa credere di non essere completi così come siamo, ci sospinge inconsapevolmente a cercare nell’altro il completamento alla nostra felicità, nel guru la propria realizzazione, nei beni materiali la propria ricchezza, limitando sia l’autonomia che la libertà dell’io di godere pienamente di ogni cosa. L’Io possiede un’inconscia sete di assoluto facilmente manipolabile dalle forze appassionate nate dal connubio di intelletto e attaccamento, che generano desideri ed azioni condizionate dagli stessi desideri in grado di legare l’Io a qualcosa che viene percepito come diverso e distante da lui. L’attaccamento seppur reale come forza è al contempo un miraggio che fa arrabbiare e disperare l’ego quando non ottiene ciò che brama. La forza di raga collabora a tutte le nostre scelte, pertanto controllare l’attività dei nostri sensi, riportandoli continuamente all’interno, consente di maturare una certa indifferenza nei confronti della dualità generata dall’illusione di non essere perfettamente completi. Pensare di domare l’attaccamento, come si potrebbe domare a mani nude una pantera, è illusorio; tuttavia una pantera può essere ingoiata da un pitone, parimenti lo yogin può ingoiare il proprio attaccamento smettendo di cercare le cose buone all’esterno e volgendosi all’interno a contemplare il proprio Sé. Attraverso la comprensione e la meditazione sulla natura delle cose alle quali si è attaccati, se siano esse, o meno, periture, lo yogin ingoiando i sensi conquista il potere di farli funzionare solo con il suo permesso.
Il praticante tantrico non esclude nulla dalla sua sadhana, non condanna l’attaccamento, ma lo contempla come una potenza che si sviluppa a partire dal sé, simile ad un tentacolo di un polipo le cui ventose possono farlo aderire perfettamente all’oggetto verso cui desidera dirigersi. Osserva la forza del polipo, non lo giudica.
In fine da cosa è dato il succulento gusto di una ciliegia matura? dalle sostanze chimiche che la compongono o dalle papille gustative di chi la mangia? In ogni caso è sempre stato detto che una ciliegia tira l’altra.
Al prossimo tattva.
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