PREFAZIONE

I 36 tattva rivelano i vari volti dell’Io

 

Scopo di questo sito è l’apertura di una finestra tra la psicologia occidentale, a cui si attiene la mia formazione professionale, e le filosofie orientali, che affondano le proprie conoscenze nell’osservazione dell’esistenza ammirata dallo stato della meditazione. Nel Trishirobhairavatantra la coscienza possiede una radice, un punto di mezzo ed una sommità. E’ pervasa da trentasei principi o tattva (tat=quello), (tva=tu). Secondo il Nirukta il termine tattva esprime sinteticamente la verità assoluta, in quanto identità tra “tu” o essere individuato (jiva) e “Quello” o Brahman; tattva è la Realtà Suprema che rappresenta ogni cosa rispetto alla quale atattva “Non Quello” ne manifesta l’aspetto apparente. In tale contesto il senso dell’Io, dominato da un’incontrastata differenziazione, si rivela come radice della conoscenza e consiste nella memoria e nel pensare differenziato. Discosto almeno all’apparenza dal pensiero Buddhista, in cui ogni forma di costruzione mentale si rivela in ultima analisi irreale, il pensiero delle scuole shivaite afferma la valenza di un Io in qualità di pensiero che contiene tutte le cose, ove se stesso diviene l’altro e l’altro diviene se stesso in un libero, continuo e incessante movimento, che si afferma come forza di manifestazione più che come statica oggettività. In questo contesto l’Io si rivela come coscienza, pensiero, linguaggio, offrendo attraverso il suo aspetto discorsivo immagini altrettanto reali rispetto a quelle offerte dal pensiero prediscorsivo. Molteplice e indifferenziato danzano per immergersi nella loro identità unica. Il senso di osservare l’Io attraverso l’analisi schematica dei trentasei principi descritti dalle scuole non dualiste del Tantrismo Shivaita Kashmiro non ha più valore di realizzare con la sabbia colorata un imponente mandala, alla fine tutto verrà gettato al vento. Lo spazio che si libera in questo ultimo gesto non fa che permetterci ancora e ancora di disegnare altri mandala, di gioire attraverso Lila, il gioco dell’esistenza, rivelando in ogni forma le trappole del nostro ego e facilitando una comprensione che libera l’Io dall’attaccamento spasmodico alle sue forme autogenerate. Ogni problema psicologico è rintracciabile nella rigidità a cui l’Io tenta di aggrapparsi nel vano tentativo di affermare se stesso, senza accorgersi che ogni sua funzione racchiude in se stessa il senso della sua esistenza. Il Tantrismo è un linguaggio che permette di decodificare concetti appartenenti a diverse culture, riconoscendo in questi i valori transculturali che le sottendono. Attraverso questa chiave di lettura proseguirò l’esposizione dei vari tattva, avvalendomi di sutra, versi, poesie, che faranno riferimento a vari movimenti mistici, utili a condividere concetti e idee atti a spiegare come l’Io rivela le sue funzioni attraverso il suo stesso operato giocoso e burlone. Da lui derivano i nostri giochi mentali ed in esso troviamo la loro stessa dissoluzione, volta a liberare lo spazio insito in ognuno, ricettacolo di problemi ed al contempo tronfio di gioia di esistere nello sperimentare appieno l’esistenza.

 

31° e 30° tattva

L’illusione perturba, le cinque corazze (kancuka) ostruiscono la visione, le separazioni imposte dal pensiero dualistico sono artificiali.

verso 95 Vijnanbhairava tantra

La funzione delle varie guaine è quella di ridurre la visione del mondo alla dimensione del proprio ego, affinché la percezione del risultato delle proprie azioni appaia più evidente. I 5 kancuka, altresì dette guaine o corazze, ne contemplano una sesta: maya, che tutti li avvolge, fucina di un’illusione globale, che rende degno di realtà ogni pensiero pensato.

Compito di un tantrica è la realizzazione della propria natura innata, risvegliata e da sempre libera, che fa capolino non appena il pensiero dualistico viene abbandonato. La finalità delle preatiche tantriche è la deflagrzione delle guaine, al fine di percepire direttamente la natura assoluta del Sé.

L’ottavo tattva, quarto kakcuka trattato, relativo alla sapienza impura, era per eccellenza uno strumento di azione, la Forza invece, quinto kancuka ( o settimo o trentesimo, a seconda dell’ordine che ad essi viene conferito ) è l’agente causale che agisce sull’anima, ovvero la facoltà di azione in qualche cosa. Se tale Forza fosse originata da un’unica cosa, concetto sostenuto da altre scuole di pensiero, ciò negherebbe l’esistenza degli altri principi, rendendo semplice e generale la comprensione di ogni accadimento. Ma la Forza, settimo tattva, genera la Sapienza impura, ottavo tattva, che a sua volta guarda la mente e percepisce discriminatamente le cose nella loro specifica forma. Da cosa dipende dunque il diverso agire della Forza? Il concetto di forza può essere ben compreso paragonato all’enfiarsi di un seme nel terreno, in questo caso si tratta dell’enfiarsi della forza nell’anima, che ne corrobora l’attività. La causa del suo differenziato agire dipende dal 6° tattva, Maya, che avvolgendo tutte le guaine genera un’illusione globale, in grado di diversificare l’universo illusorio soggettivo dalla dimensione della coscienza pura.

Taluno potrebbe asserire che tale cosmogonia sia falsa a se stessa, che prima generi la diversità inducendo ad un tale credo ed infine neghi la validità del suo stesso operato; sì sostengono i testi, poiché tale è la libertà di Shiva che si manifesta attraverso il suo adorato gioco e tale è anche la libertà del jiva, che nel compenetrare la propria coscienza si illude di essere altro da sé.

L’azione svolta da Maya nei confronti dei precedenti tattva è assolutamente inebriante, macula la visione del Sé e incita la forza insenziente ad agire come pilotata da essa. E’ maya la causa materiale dell’apparire dei vari aspetti dell’esistenza; una volta perturbata dalla stessa volontà del signore, essa dissemina la sua potenza in tutti i precedenti tattva, che a loro volta sono soggetti ad una realzione di causa-effetto. Uno sconcerto generale investe l’anima in cerca di se stessa che ad ogni tentativo di comprensione profonda di Sé incorre in un imperturbabile gioco di illusione e sebbene l’azione di maya sia atemporale, la logica osserva tali modificazioni come relative e consequenziali, potando l’anima a credere a qualunque miraggio spirituale. L’idea stessa che l’illuminazione non abiti già in noi o che la felicità e la gioia dipendano da condizioni esterne, trova il dissenso del tantrica, che più che un filosofo è uno scienziato fenomenologo che studia il manifestarsi della coscienza, il quale asserisce che se l’anima deve liberarsi di qualcosa, implicitamente significa che la sua natura non è libera, e se deve raggiungere qualcosa di diverso da ciò che è già presente in lei, significa che nasce non completa; quindi l’essere verrebbe al mondo completo di tutti gli organi, fegato pancreas reni…, la sua anima invece si incarnerebbe con forti handicap, ma ciò si rivelerebbe contraddittorio anche per le religioni più ortodosse, quelle che sostengono che l’uomo sia fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

Se non fossi libero, sostiene il tantrica, se la mia stessa natura non fosse libertà, dove mai potri cercarla e soprattutto come potri concepirla? Il potere di maya è proprio quello di far cadere il jiva in tale illusione e con l’ausilio dell’attività di tutti i tattva indurlo a cercare il proprio vero volto all’esterno della propria natura. L’anima alla ricerca del proprio vero Sé peregrina all’interno di una stanza piena di specchi interrogandosi su quale sia il volto originale.

Chi dunque sono, colui che entra nella stanza degli specchi, la mia immagine riflessa, il costruttore del luna park, oppure la mia stessa natura si rivelerà solo grazie alla comprensione di questo inarrestabile gioco?

Al prossimo tattva.

 

29°tattva

 

La sorgente della Coscienza ti sfugge poiché tu ti allontani dallo spontaneo per immaginare una triplice via. Non lasciare il luogo in cui tu vivi e muori.

DOHAKOSHA

Il canto del popolo di Sarah

Non c’è tempo nel quale tu non sia esattamente dove ti trovi.

La Sapienza impura, ashuddhavidya, è la 4° guaina, il quarto velo che ottenebra la coscienza, intriso di illusione, tiene in scacco l’illuminato, oscurando la vera natura del Sé.

L’anima individuata vive a questo livello una profonda sofferenza, essa crede che il suo potere di conoscenza sia limitato, si tortura immaginando che solo qualcuno, umano o divino, abbia il potere di conferirle l’illuminazione, il risveglio o di trasferirle un sapere che crede essere riservato a pochi eletti. Attende indefinitamente la grazia divina, come un premio che non l’è mai dato ricevere, dubitando del suo potere e del suo diritto di essere già completa in sé. In virtù della quarta guaina l’ansia di conoscere l’assoluto sbilancia l’anima verso l’altro, ingannando il jiva che inizia a rincorrere la conoscenza di sé come farebbe un uomo intento a rincorrere la propria ombra e illuso di poterla raggiungere.

Siamo noi che generiamo quell’ombra, noi che crediamo che essa sia estranea al nostro essere, noi che insistiamo nel credere di dover cercare qualcosa di diverso da ciò che già esiste.

Abhinavagupta nell’XXV capitolo del Tantraloka fa riflettere sul concetto di credenza che, a dire nella filosofia shivaita, è un nesso di fede cieca, in quanto noi, non percependo direttamente le cause o le necessità manifeste direttamente in natura, crediamo ad esse ed agiamo come se esistessero. Se vedessimo un fuoco avremmo la certezza della presenza del fumo, al contempo, non vedendo quest’ultimo, non potremmo supporre l’esistenza di un fuoco; la certezza della relazione tra i due è persistente e collettiva. La filosofia esistenziale shivaita si propone di evidenziare i meccanismi illusori che alterano la semplice visione della realtà, affinché la coscienza si possa rivelare a se stessa attraverso il proprio operato. Lo shivaita si interroga su quale sia la coscienza al di là delle credenze. Se la credenza di cosa sia un fuoco è identica per tutti, ciò significa che esiste un bacino di conoscenze condivise, che trascende i limiti della percezione soggettiva, inoltre se la credenza è un tipo di percezione in grado di eliminare nel soggetto ogni forma di dubbio, essa costituisce l’essenza stessa del soggetto conoscente, ovvero la sua capacità di identificarsi totalmente con la sua percezione. Questo è uno dei motivi per i quali i ricercatori tantrici non escludono mai dall’analisi di se stessi alcun atto, alcun senso, alcuna funzione, alcun dettaglio della percezione al fine di comprendere a fondo la propria natura.

Attraverso le funzioni svolte dal 4° kancuka la mente rivela la sua natura di duplice specchio riflettendo da un lato gli oggetti percepiti, dall’altro l’anima che li percepisce, tale sapienza si rivela impura quando è attivata dalla precedente guaina dell’attaccamento, che dirige ed attrae l’anima verso una cosa e non verso altre; con questa modalita tenta di conseguire l’illuminazione, la saggezza, il Sé, come fossero oggetti da conquistare e non dimensioni già insite in ognuno. Non si tratta in tal senso di ritenersi onniscienti e supporre di comprendere tout cuort la dimensione del Sé, ma solo di sradicare il preconcetto di non poterlo essere. Si tratta di un automatismo mentale generato dalle credenze quello che limita il potere di conoscenza shuddhavidya, presente in ogni jiva per il solo fatto di esistere.

L’onnisciente e il piccolo conoscitore sono in nuce la stessa cosa; la loro grande differenza è dovuta al fatto che l’onnisciente non è vincolato dal concetto di tempo, di spazio, né subisce le forze dell’attaccamento alla conoscenza, conscio che essa non dipenda né da un sapere conseguito per accumulazione, né dalle sollecitazioni dell’intelligenza. La percezione della realtà del piccolo conoscitore è invece alterata da tutto ciò che lo lega al desiderio, agli impulsi vitali o a una circoscritta situazione esistenziale, all’interno della quale la sua percezione relativa spinge l’ego ad inorgoglirsi via via il suo sapere aumenta. Ma la conoscenza di Sé trascende i limiti egoici, possedendo una caratteristica di trasparenza oggettiva. Il saggio vede le cose per come sono, dimanticando sapere e ragionamenti si dirige alla sorgente della coscienza che è sempre presente, esattamente nel luogo in cui egli si trova ed esattamente in lui, non in qualcun’altro.

E’ un lungo viaggio quello dell’anima che ambisce al ricongiungimento con il divino, ove divino e umano non sono mai scissi tra loro.

Se la credenza è una percezione, come sosteneva Abhinavagupta, in grado di eliminare ogni forma di dubbio, essa ne è fucina quando generata da un preconcetto, sta ad ognuno scegliere se, o in cosa credere.

Al prossimo tattva.

 

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