Colui la cui mente è congiunta a rappresentazioni differenziate ottiene poi Shiva dopo la morte del corpo. Chi è libero da rappresentazioni differenziate lo ottiene invece immediatamente.
Nisisamcaratantra
Per comprendere la natura degli ultimi cinque tattva, considerati puri perché non contaminati dalla guaina di maya, è utile differenziare i limiti a cui la conoscenza è soggetta che, nello shivaismo kashmiro si distinguono in due tipi di nescienza: quella innata (paurusa) e quella mentale (bauddha).
La nescienza innata, definita maculazione, consiste in un offuscamento della propria natura divina, del proprio essere Shiva; in senso psicologico corrisponde al non sapere quale sia la natura del proprio Sé, la cui percezione trascende la mente logica; tale nescienza decade di fatto al momento della morte, trascendendo la sua stessa ignoranza, come recitato dai versi.
La nescienza mentale è a tal guisa una conseguenza, stando alla loro reciproca influenza, del fatto che l’anima, decadendo da un sapere privo di determinazione verso un’idea determinata (si potrebbe a tal proposito fare un inciso relativo al peccato originale e a come la coscienza, scegliendo di conoscere, si apra ad una percezione mediata dalla stessa azione determinativa, ove la mente genera il sapere tramite il riflesso della coscienza che illumina le cose, attraverso il limite riservato al suo stesso agire), viene materiata dall’azione inquinata dei kancuka. La conoscenza che ne consegue è detta nescienza mentale la quale, purifcatasi dall’azione limitante della guaine è in grado di rivelare in vita la natura del Sé; come altresì recitano i versi. Tali due tipi di nescienza si alimentano reciprocamente, così come l’eliminazione delle impressioni mentali, che rendono la conoscenza pienamente espansa, le consentono di recuperare il suo stato originale ed il suo puro sapere determinativo, trasformandola in Sapienza Pura, shuddhavidya 5° tattva, che detiene il potere di liberare il jiva anche dalla nescienza innata, in vita.
Per realizzare la Conoscenza Mentale sono indispensabili le sacre scritture, poiché finché il corpo è in vita permane l’attitudine ad attribuire i caratteri del Sé alla propria mente e soltanto la libertà dalle rappresentazioni differenziative consente l’accesso all’essenza del conoscibile, identificata simbolicamente con Shiva, il Sé, la cui realtà trascende ogni discriminazione.
I mezzi di conoscenza dispensano vita alle cose decretandone l’esistenza, sia che l’affermino, sia che la neghino, poiché nulla possono nei confronti della luce della coscienza che ogni cosa illumina; è evidente che se tale luce non esistesse le cose stesse non apparirebbero, sarebbero invisibili quanto degli oggetti in una stanza buia. E’ L’esistenza stessa del Sé, indipendente e signora del tutto, a determinare le cose e non viceversa. Natura che trascende ogni necessità e tempo, onnipervadente è esente da dualità: come un fuoco che rimane unico e sempre libero di ardere sia che scaldi, illumini o bruci. La comprensione dei testi sacri non concede automaticamente l’accesso al Sé Supremo, poiché manas, la mente funzionale rimane legata al funzionamento dei tattva, ma il sapere che tali testi promanano rivela la libertà di azione di tale Sé.
La liberazione dalla nescenza non è che piena coscienza del proprio Sé, la rivelazione della propria natura, la cui potenza, manifesta in molti modi, non potrebbe esistere se non naturata di coscienza (Shiva) poiché ciò che coscienza non è, di fatto non può esistere; sgradita è al tantrica l’idea che la causa di qualcosa sia determinata dal suo esserci o non esserci, egli considera questo ragionare assurdo (diversamente per il pensiero buddhista, per gli shivaiti una conoscenza priva di rappresentazioni mentali non esiste). La coscienza di un medico che si appresta ad eseguire un’operazione chirurgica non può che presiedere l’azione della mano che muove il bisturi, se essa (coscienza) si potesse distinguere dal medico o dal bisturi, potrebbe esistere o non esistere, apparire o sparire come lo stesso bisturi, riducendosi alla stregua di un oggetto metallico, perciò in quanto coscienza onnipresente negherebbe la sua stessa natura, pertanto non esisterebbe più.
Se fino a maya i vari principi si potevano differenziare in base ai soggetti percepienti, ovvero essere unici per ogni essere, per questi ultimi cinque, cosiddetti puri, tale differenziazione decade, essendo la loro natura transindividuale, ovvero unica per tutti gli individui. Si può facilmente comprendere tale concetto immaginando una rappresentazione teatrale alla quale partecipano molte persone, per quanto ogni spettatore abbia la libertà di commentare e valutare personalmente, secondo i propri gusti l’abilità della compagnia e la piacevolezza della rappresentazione, in ogni caso la spettacolo è stato unico per tutti, tutti hanno visto gli stessi attori, tutti hanno ascoltato la medesima recitazione. Così è per i tattva puri, per quel livello di coscienza collettiva che non soggiace alle rappresentazioni differenziate. In ogni caso la differenziazione in questa cosmogonia nei vari principi, non esclude la loro interdipendenza, né limita la loro compenetrazione da parte della coscienza.
Quando si parla di Coscienza Pura, sono sufficienti queste due parole per far infervorare ogni mente, ogni ego che dispiega le sue ali come un faraone che desidera trasformarsi in Horus, il suo Dio. L’ego è sempre pronto a spiccare il volo sentendosi più bravo, più realizzato, più importante, più saccente e così all’infinito; questa è la sua percezione relativa della quale non è totalmente libero nemmeno a questo livello. L’idea stessa di poter accedere a una sapienza pura lo inorgoglisce, i primi bagliori della sua imminente illuminazione, della sua capacità di accedere ad un sapere riservato a pochi, non gli negano un orgoglio che lo riporta ad uno stato di dualità, pur nella convinzione di essersene liberato. Si sapara dalla realtà della vita comune ritendosi superiore, si accontenta di intuizioni o di percezioni così dette paranormali o di attimi di veggenza, illudendosi di essere sciamano o veggente, insomma realizzato perchè conscio di una realtà più ampia. Tale consapevolezza se vissuta come definitiva, come un’acquisizione certa di un sapere unico, non è in fondo molto diversa da quella del bambino che passa dalla scuola materna alla prima elementare e si sente: “grande”.
Ancora a questo livello si rimane assoggettati, anche se parzialmente, a quel gioco infinito in grado di scoraggiare qualunque ricercatore del vero, ancora una volta si è tentati a ritirare i remi in barca per essersi imbattuti finalmente in una baia, senza più chiedersi se essa sia la propria vera dimora. L’utilità di un confronto con una guida, che prima di noi abbia sostato sulla stessa baia, è una grande fortuna per l’anima alla ricerca di se stessa, soprattutto perché, proprio a questo livello, gli stati di coscienza che si vanno a realizzare sono transindividuali. Temere il confronto serve solo a nascondersi.
Al prossimo tattva
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