Solo chi riconosce nel priprio corpo, nel proprio respiro, nella mente, nel grande vuoto, nella coscienza ormai piena diventa il tremendo.
Tantraloca
Ciò di cui qui ora parlo non necessiterebbe di alcuna parola. Dire, non è che un tentativo di avvalersi della dea Vac che vomita i fonemi, con cui noi costruiamo il linguaggio e ci divertiamo ininterrottamente a dare significato alle cose. Ma nei tattva puri, tali significati sono off limits. Purtuttavia mi voglio avventurare nelle descrizioni dell’indescrivibile.
I tattva puri, come già detto, sono transindividuali, trascendono la visione relativa, al contempo danno corpo all’essere nella sua unicità, nel suo stesso sé, nel suo essere precisamente com’é, dov’é. L’Io assurge al grado di principe di se stesso, proprietario di vasti possedimenti che contempla così a fondo da diventarne la testimonianza vivente Lui è il “Questo”.
Isvara tattva, il 4°, espande e fa sprofondare l’Io fino a farlo abbracciare tutta la manifestazione in un’unica realtà. Il bindu, centro del buco nero della nostra individuale galassia, rivela al contempo la maestosità di tutto il nostro cosmo. Bisogna poter vedere le stelle.
Nel quarto tattva l’Io si trasforma perché risucchiato dalla stessa manifiestazione e, svuotato del suo apparire, si trasforma in Isvara stesso, il Dio Uomo, luogo nel quale ogni aspetto della manifestazione ha la libertà di apparire.
Quasi sempre le pratiche spirituali inducono a differenziare il proprio Sé dal proprio Dio, quale atroce soperchieria direbbe un tantrica, quale inganno per la mente che non farebbe che rincorrere se stessa all’infinito.
Sprofondare nella propria coscienza, nel bindu, è un entrare e un uscire contemporaneamente; un allargarsi e un riassumersi in un sol punto, il tutto manifesto in una dimensione sferica, tale la mia esperienza. Oggetto di meraviglia è il riconoscere quanto un’esperienza transindividuale si materializzi in modo unico per ogni essere; questo denota una Pura Soggettività sì pregna di assoluto, ma immersa in un movimento che è la volontà del signore Shiva, naturato della sua stessa potenza: il Sé si muove verso la sua stessa manifestazione e da essa viene totalmente risucchiato. L’Io diviene Dio, con un gioco di parole dio è fatto di io. Leggere ciò che scrivo e non credere a ciò che dico, è estremamente importante; irrilevante invece e seguire le esperienze altrui, contano le proprie.
Accedere ad una presenza alle cose, priva di produzione di pensiero richiede lunghi anni di pratica, quasi impossibile mantenere una condizione mentale costante, che non prevedi processi di identificazione con le varie cose, pacifici se le cose sono gradevoli, odiosi se le si vuole eliminare. Accogliere parimenti l’espansione del proprio Io, in ogni situazione e con lo stesso phatos, (sia che piaccia, sia che non piaccia) e rimanere in contatto con le cose in quanto tali, senza fuggire, è invece molto facile se la volontà è lì direzionata.
Al prossimo tattva.
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